El Blog de Montaner - Page 241 of 247 - El Blog de Carlos Alberto Montaner

Bienvenido al Blog de Carlos Alberto Montaner

Carlos Alberto Montaner nació en La Habana, Cuba, en 1943. Reside en Madrid desde 1970. Ha sido profesor universitario en diversas instituciones de América Latina y Estados Unidos. Es escritor y periodista. Varias decenas de diarios de América Latina, España y Estados Unidos recogen desde hace más de treinta años su columna semanal.

28 February 2011 ~ 1 Comentario

Once again, the end of history

By Carlos Alberto Montaner*

(FIRMAS PRESS) Half the Arab world is at loggerheads. Some nations want to change the world in which they live. What for? The most reasonable way would be to approach the successful nations that have achieved a reasonable degree of stability and prosperity to try to find out how they managed to prevail and succeed in history.

In 1783, when Britain recognized the United States, no European power believed that the weak republican structure of the young nation could remain stable amid the jealousies and frictions that strained relations between the former 13 colonies of the Union. Reading the reports of diplomats of that time – an old forerunner of WikiLeaks – demonstrates the pessimism of the experts in the late 18th Century. How could an entity ruled by 13 constitutions and led by a rotating head of government aided by dozens of legislators locally chosen by suffrage possibly last?

But it did. It lasts until today. What happened? It happened that, from the start, the experimental state designed by the founding fathers served the interests of individuals who formed the ruling class, but with two basic characteristics: the state could transfer authority in an organized and peaceful manner through periodic elections, while flexibly accommodating a growing number of people capable of making decisions or influencing them, shaping and absorbing the enormous social levels it gradually generated by the efficient productive apparatus, including African-Americans and women, who were absent in the restricted original project for the American nation.

Why haven’t there been any revolutions in the United States? Because they haven’t been necessary. Because society created and has maintained porous institutions able to absorb changes without violence. It is truly prodigious (and admirable) that the same state that in 1789 elected George Washington as its first president, a surveyor who become a triumphant military man and later a wealthy slave owner, today is led by Barack Obama, a mestizo middle-class lawyer, the son of an African black and an American white who lacked the slightest social or economic relevance.

And what is true in the political and social fields has its equivalent in the economic field. The open market and meritocracy made it possible for a republic in which economic power was in the hands of a small minority of planters and merchants with strong ties to the British colonial authorities to transform itself peacefully into a huge business network, pluralistic and fluctuating, composed of hundreds of thousands of companies, where economic agents are constantly emerging and disappearing, agents that innovate and change the material reality of the country at a surprising speed, with no one planning the production or choosing the winners or the losers, a role left to the sovereign consumer.

This elastic “American model,” consisting of a state defined as liberal democracy and an economic system ruled by the market and the existence of private property, came to be the paradigm that gradually attracted the other leading nations on the planet, until, in the early 1990s, after the collapse of the Marxist-Leninist option, Francis Fukuyama said, in an often misunderstood phrase, that we had reached “the end of history.”

Fukuyama did not mean that no dramatic events or setbacks would occur, or that never again would a stubborn fellow insist on reviving communism or any other failed variant of statist collectivism. But it seemed evident that the benefits of peaceful coexistence, peaceful change and institutional stability could be achieved through liberal democracy, with all that that implies, while progress and prosperity could be reached through the market and the existence of private property.

Will this lesson be learned by the nations that are abandoning Arab autocracy left and right? We do not know, because it is very difficult to predict a future incubated in messy street riots. But there are some encouraging precedents: Taiwan and South Korea evolved triumphantly in that direction after enduring heavy-handed governments. Almost all the former European satellites of the Soviet Union, encouraged by the European Union, took up liberal democracy and the market after the end of the communist era and, most importantly, made the right decision.

What will countries like Egypt, Libya or Tunisia do? Insist on the disastrous model of militaristic Arab socialism inaugurated by Nasser in 1954, which has now plunged into crisis? Erect a fundamentalist theocracy like Iran? The smart thing would be to imitate the richest and happiest societies on the planet. Unfortunately, rebels do not always seem to do the right thing when in power. They’re not quite sure of what they want. [“©FIRMAS PRESS]

25 February 2011 ~ 0 Comentarios

Vídeos y fotos de la presentación del libro “El Ocaso del Régimen que destruyó a Cuba” en la Universidad de Miami (Casa Bacardí)

24 February 2011 ~ 1 Comentario

LA CUBA DI RAÚL CASTRO: IL LATO PEGGIORE DEI DUE MONDI

Pubblicado su” Letras Libres – Messico e Spagna – Gennaio 2011

Raúl Castro ha convocato il Sesto Congresso del Partito Comunista Cubano. È sicuro di poterlo dirigere e controllare secondo la sua volontà. A Cuba non esiste potere più grande del suo, anche perché rappresenta pure una mezza dozzina di generali per mezzo dei quali controlla l’esercito e la polizia, aiutato dal figlio Alejandro Castro Espín, un colonnello dei servizi segreti formato nella scomparsa Unione Sovietica e presunto erede di questa dinastia di militari.

E Fidel? Fidel conserva soltanto un ruolo simbolico e passa il tempo giocando al grande statista internazionale, preoccupato per lo scoppio di una guerra nucleare scatenata da Stati uniti e Israele contro l’Iran, o per il prossimo omicidio di qualche amico del socialismo del XXI secolo perpetrato dalla CIA. Trasformato in una sorta di Cassandra caraibica, profetizza ogni catastrofe. Nessuno bada a quel che dice, ma lui si preoccupa teneramente per il benessere dei suoi figli rivoluzionari. Raúl, nel frattempo, finge di obbedirgli e, ossequiosamente, ripete come un mantra che le sue iniziative, in realtà, sono tutte di Fidel, anche se non è per niente vero.

È stato vero in passato, ma adesso non è più così. È una tragedia che di solito capita agli anziani quando le loro facoltà si deteriorano in modo evidente. Persone che fino a ieri si presentavano come fedeli subordinati, smettono di ascoltarli. Tuttavia, periodicamente, Fidel incontra Hugo Chávez per impartirgli lezioni su tecniche di sopravvivenza politica e per pianificare la conquista del pianeta, come se fossero due sinistri personaggi usciti da un fumetto di Batman. Chávez, al contrario di Raúl, mantiene la sua infinita ammirazione per il Comandante e si considera suo figlio putativo ed erede morale.

In ogni caso, il Sesto Congresso avrà luogo nella seconda quindicina di aprile del 2011. La sua funzione sarà quella di legittimare la volontà di Raúl. Ed era ora. Il Quinto si è celebrato 13 anni fa, nel 1997. Il quarto si è tenuto nel 1991. Secondo lo statuto del Partito, dovrebbe tenersi un congresso ogni cinque anni, ma i fratelli Castro non seguono le regole e li convocano solo quando serve ai loro scopi. Cosa accadrà nel prossimo? Vediamo a tal proposito di raccontare cosa è successo nei due congressi precedenti per tentare di capire il futuro. In fin dei conti, attori e copione sono quasi identici.

I congressi precedenti

Il congresso del 1991 ha coinciso con la fine del marxismo-leninismo. È stato una cerimonia rituale contro la” perestroika, volta ad adattare il regime cubano alla nuova realtà. Nel 1989 i tedeschi avevano abbattuto il muro di Berlino, mentre cadeva a pezzi tutto il mondo comunista sorto dopo la Seconda Guerra Mondiale. In quel congresso, celebrato dopo vent’anni, Fidel Castro, dopo aver proclamato quello che da allora si chiama “periodo speciale”, affrontando il giudizio silenzioso della classe dirigente e di buona parte del paese, ratificò la sua adesione al comunismo ortodosso e assicurò che Cuba “sarebbe sprofondata nel mare” prima di abbandonare la sua ideologia. Con la fierezza che lo contraddistingue, sancì la fine del Congresso con le grida rituali in favore del marxismo-leninismo e con il consueto “Patria o morte!”.

La fine del sussidio sovietico, calcolato in una cifra attorno ai 5.000 milioni di dollari annui, obbligava il governo a fare alcune concessioni di fronte alla crisi che attraversava l’Isola. Il collettivismo aveva dimostrato la sua inefficacia e il livello produttivo del paese era tremendamente basso. Cosa si poteva fare? Il Congresso decise di accettare alcuni investimenti stranieri, ma solo in società con il governo cubano. Se qualche investitore straniero voleva beneficiare della mano d’opera cubana o di un mercato protetto, doveva associarsi allo stato comunista per sfruttarli insieme. Il governo inserì come suoi rappresentanti in queste imprese miste numerosi militari in pensione dei servizi segreti, per premiare i più fedeli uomini di partito, e come conseguenza della solita paranoia politica.

Fidel Castro assicurò che sotto la sua guida la società cubana avrebbe presto recuperato gli indici di consumo che un tempo erano stati garantiti dal rapporto privilegiato con l’Unione Sovietica. Nonostante tutto, le mancanze alimentari divennero preoccupanti: fame e denutrizione fecero contrarre a circa 60.000 persone neuriti ottiche e neuriti periferiche, e molti cubani rimasero ciechi. Il Comandante si mise personalmente alla guida di un così detto “piano alimentare” che avrebbe dovuto risolvere il problema del cibo in appena due anni. Il governo assicurava che in cinque anni Cuba avrebbe superato la crisi e il paese si manteneva come una riserva ideologica comunista per il giorno in cui il pianeta avrebbe ripreso i cammino del socialismo. L’opposizione descrisse l’esperimento come la creazione di “un parco giurassico del marxismo-leninismo”.

Le linee guida del piano di sviluppo prevedevano di potenziare l’industria zuccheriera, sfruttare intensamente il nichel, creare una grande” ” infrastruttura alberghiera per ricevere milioni di turisti (cosa avversata per decenni per evitare la contaminazione morale), ed esportare in maniera massiccia prodotti di alta tecnologia medica creati nei laboratori dello Stato. Allo stesso tempo, il governo favoriva l’invio di rimesse dall’estero, depenalizzava il possesso di dollari e facilitava le visite degli emigranti che fino a quel momento erano stati considerati traditori.

Le cose non sono andate secondo le previsioni. L’industria zuccheriera ha subito un tracollo, le esportazioni di nichel, concesse a un’impresa canadese, dipendevano dal prezzo oscillante di quel minerale e non producevano le entrate sperate, le vendite di prodotti biotecnologici non sono state esaltanti e anche il turismo – pur con una crescita graduale – non portava grandi introiti al paese, perché quasi tutte le materie prime dovevano essere acquistate all’estero usando moneta forte. In certi casi, si dovevano importare zucchero, banane e altra frutta dalla Repubblica Dominicana, mentre l’agricoltura cubana non serviva neppure per i prodotti tradizionali.

Al tempo stesso, la mancanza di manutenzione, i frequenti uragani e l’incuria di alcuni funzionari ai quali sembrava non importasse niente del deterioramento crescente di città e campagne, distruggevano il paesaggio nazionale in maniera tale che i turisti erano soliti parlare di “un paese bombardato dove non c’era stata nessuna guerra”. Un saggista e narratore cubano, Antonio José Ponte, ha scritto un magnifico testo intitolato” Un arte de hacer ruinas (Un’arte di farerovine) che dopo è servito come base per girare un premiato documentario sulla distruzione progressiva del paese.

Nel 1997, quando si tenne il Quinto Congresso, era già evidente che la formula castrista per sostenere il marxismo-leninismo non aveva dato risultati pratici. Sei anni dopo la fine del sussidio sovietico e delle nuove linee guida economiche, Cuba era ancora impantanata nella miseria, anche se era riuscita a fermare la caduta dell’infima qualità della vita che sperimentava la società. Poco prima che cominciassero i lavori del Congresso, il governo chiese ai militanti di esprimere le loro lamentele, in una sorta di esercizio del “centralismo democratico dal basso verso l’alto” che regola le relazioni nel Partito. Decine di migliaia di militanti si azzardarono a esprimere le loro opinioni, screditando il capitalismo di Stato, e chiedendo libertà per creare imprese o per uscire e entrare dal paese senza dover attendere un’autorizzazione governativa. Se gli stranieri potevano possedere imprese sull’Isola, sebbene in società con il governo, perché i cubani non dovevano avere lo stesso diritto?

Fu tutto inutile. Il Quinto Congresso del Partito confermò la linea ortodossa, Fidel Castro ribadì che il paese non si sarebbe spostato di un millimetro dal marxismo-leninismo, allontanò dal potere i militanti che avevano mostrato con eccessiva convinzione tendenze riformiste, e predisse la prossima fine delle società capitaliste come conseguenza delle loro contraddizioni interne. Non si prese neppure la briga di spiegare perché fosse fallito il piano alimentare, perché stesse crollando l’industria zuccheriera e dove fossero finite le promesse di recupero economico fatte nel 1991. La società cubana nel suo complesso, e migliaia di militanti comunisti in particolare, si sentirono ingannati e, in molti casi, traditi. Scappare dal paese in ogni modo possibile, divenne l’obiettivo principale di milioni di giovani.

Nell’estate del 2006, Fidel Castro si ammalò gravemente e lasciò provvisoriamente il potere al fratello Raúl, erede designato dal 1959, Secondo Segretario del Partito ed eterno Ministro della Difesa. Due anni dopo, in seguito a una situazione di salute che andava progressivamente peggiorando, Fidel si rese conto che non sarebbe potuto tornare al potere e rinunciò alla presidenza, anche se, senza dubbio, mantenne una grande influenza nelle decisioni strategiche del paese.

Apparentemente, Raúl doveva occuparsi solo di amministrare la dittatura, mentre definire i connotati ideologici del regime sarebbe rimasto un compito di Fidel. Questa teorica ripartizione di compiti venne smentita nella pratica dalla persecuzione di alcuni noti uomini” fidelisti. Tre dei più importanti funzionari governativi – Carlos Lage, Secondo Vicepresidente del Consigli di Stato, Felipe Pérez Roque, Ministro delle Rapporti con l’Estero, e Fernando Remírez de Estenoz, suo Viceministro, i primi due nella ristretta cerchia degli intimi di Fidel – furono allontanati dai loro incarichi e umiliati. I tre funzionari vennero accusati pubblicamente di attività riformiste contrarie alle direttive del governo e di comportamenti corrotti. In realtà, Raúl Castro voleva muovere i fili del potere tramite suoi uomini fidati: un pugno di militari che sono al suo fianco da decenni. I” fidelisti erano un ostacolo per i suoi piani.

Il prossimo Congresso

E siamo alla vigilia del Sesto Congresso. Cosa accadrà? Probabilmente, niente di significativo, nonostante tutto il gran parlare che si sta facendo. Identici leader con le stesse idee producono sempre simili risultati. Il governo ha messo in circolazione un documento di 32 pagine dove descrive i nuovi piani economici e ribadisce in modo chiaro la sua posizione in relazione al modello comunista: l’essenza del sistema continuerà a essere il collettivismo, la proprietà statale dei mezzi di produzione e la pianificazione centralizzata da parte dei burocrati di Partito. Ratificano esplicitamente la vecchia strategia nemica delle libertà economiche. Non si degnano neppure di menzionare le libertà civili e politiche.

Sarà consentito, questo è certo, il lavoro privato, sempre che rientri tra le 178 modalità possibili: affittare vestiti da sposa, fare il pagliaccio nelle feste infantili, riparare ruote di auto, foderare bottoni e tanti altri strani mestieri. Si potranno costituire microimprese familiari, o con pochi lavoratori a contratto, dato che l’obiettivo non è farli crescere e ottenere benefici, ma assorbire la mano d’opera disoccupata che il governo pensa di lasciare senza lavoro statale.

Nei prossimi mesi, 500.000 lavoratori verranno licenziati, ma in meno di tre anni Raúl Castro pensa di aumentare il numero a 1.300.000, il 25% della forza lavorativa. Il generale e i suoi adulatori sostengono che le piante organiche sono sovradimensionate e che molti impiegati inutili ostacolano il lavoro delle imprese, mentre la società soffre la “sindrome del piccione” e attende dal papà – Stato la soluzione di tutti i problemi, un’accusa sorprendente dopo mezzo secolo di implacabile persecuzione nei confronti di ogni iniziativa individuale. Raúl vuole che l’economia divenga produttiva dopo averla liberata dal peso morto degli operai di cui si può fare a meno.

Cuba è una società annientata da mezzo secolo di collettivismo, priva di capitale, di materie prime e senza esperienza. Non è pensabile che con un decreto presidenziale si possa creare dal niente un nucleo importante di lavoratori privati o associati a piccole imprese, che saranno sottoposti a una severa pressione fiscale e a dure limitazioni per impedire la loro crescita ed eccesivi guadagni. Si tratta di un’idea bislacca che fa parte delle nuove fantasie rivoluzionarie di un signore che ha un’idea molto vaga su come si produce, si spreca e si conserva la ricchezza.

Cosa vuol fare, in definitiva, Raúl Castro? Il generale – presidente ha due obiettivi fondamentali intimamente legati tra loro. Prima di tutto vuole garantire la successione all’interno del sistema alla sua stessa famiglia. È falsa l’idea che i Castro non siano interessati al futuro di Cuba dopo la loro morte, perché hanno un senso molto forte della loro storia personale e di quella del paese. Hanno concepito una narrazione fantastica nella quale collegano la guerra d’indipendenza di fine secolo XIX con l’avventura della Sierra Maestra. Fidel si considera l’unico erede di Martí e Raúl si vede come l’unico erede di Fidel. Vogliono che il governo rivoluzionario non abbia fine. Pretendono che la generazione dei figli dei dirigenti raccolga il bastone del comando e continui l’opera rivoluzionaria.

Ma, per raggiungere questo obiettivo, Raúl crede che il governo debba fare in modo che la società cubana divenga più produttiva e competitiva. Raúl non ignora che la situazione economica del paese è terribile, circostanza che ha prodotto un divario incolmabile tra la stragrande maggioranza degli abitanti, la cupola dirigente e la mitologia rivoluzionaria. Nel suo primo discorso da capo di Stato, si chiese infastidito per quale motivo il latte fosse così poco, al punto che i bambini cubani potevano berlo solo fino a sette anni. Ma questa domanda poteva allargarla agli aspetti fondamentali della convivenza civile in un paese moderno: sono scarsi e di infima qualità i generi alimentari, l’acqua potabile, i vestiti, le calzature, le abitazioni, il trasporto, la somministrazione di elettricità e le comunicazioni. Raúl teme, a ragione, che una volta morti lui e Fidel, nessuno potrà evitare che i successori al potere, con le buone o con le cattive, abbattano “l’opera rivoluzionaria” come conseguenza della miseria generalizzata che soffre la popolazione.

Come si può risolvere o rendere sopportabile l’immenso problema del fallimento materiale del paese? È ovvio: con un sistema economico più produttivo. Persino Raúl Castro, dopo mezzo secolo di assurde chiacchiere rivoluzionare, comprende che le società sviluppate e prospere, dotate di un buon livello di vita, hanno raggiunto questa meta come conseguenza del loro apparato produttivo. Vivono meglio perché producono di più e a prezzi competitivi. Il problema, però, visto dalla prospettiva di Raúl e dei suoi intimi camerati, è quello di rendere più efficiente il sistema comunista in modo tale che la società cubana accetti di buon grado la successione all’interno della rivoluzione quando sarà scomparsa del tutto la generazione dei padri fondatori.

Il fallimento della riforma

Ma dalle querce non crescono i limoni. Il comunismo è improduttivo per natura. La pianificazione centralizzata, la proprietà statale dei mezzi di produzione, il controllo dei prezzi e l’assenza di libertà individuali per creare e accumulare ricchezza, inevitabilmente conducono all’improduttività e alla povertà.

Inoltre, il patto sociale tra i governi comunisti e le società non è basato sulla promessa di una gestione pubblica efficace e di risultati materiali apprezzabili (sono categorie del mondo capitalista), ma in una distribuzione egualitaria dei pochissimi beni e servizi che si producono, nel condannare e farsi beffe di chi scopre e possiede migliori sistemi di vita. Per quanto sia deplorevole, questo è il comunismo reale.

Quando Fidel governava, il paese viveva in maniera miserabile, ma la difesa retorica della sua gestione amministrativa si basava su tre punti fermi: tutti avevano un lavoro, potevano accedere all’educazione e ai servizi sanitari. A Fidel non importava che le imprese perdessero denaro, che produzione e produttività fossero minime, ma che tutti i cubani avessero un posto di lavoro e ricevessero un salario, per simbolico che fosse. A Fidel non interessava neppure che il sistema sanitario sprofondasse in ospedali privi di anestesia e senza fili di sutura, oppure che il sistema educativo fosse carente di buoni maestri e di materiale didattico. I servizi potevano essere pessimi, ma c’erano, e lui se ne vantava costantemente. La legittimità della dittatura dipendeva da questo discorso, che si è trasformato in un formidabile strumento propagandistico.

D’altro canto, visto che il tessuto produttivo era irrimediabilmente carente, esistevano solo due modi per giustificare un sistema di vita abominevole: l’embargo economico statunitense e,” ” paradossalmente, i benefici dell’austerità rivoluzionaria. Perché un buon rivoluzionario avrebbe dovuto aspirare a possedere un numero maggiore di beni materiali? Il consumismo non era più un desiderio legittimo dei lavoratori, diventava un peccato tipico della perversa avidità capitalista, istigato dall’imperialismo, dalle multinazionali e da altri mostri di simile portata. I consumatori, o coloro che aspiravano a diventarlo, erano qualificati come amanti della paccottiglia (pacotilleros)” ” storditi dal capitalismo corruttore.

La proposta di Fidel era crudele, ma almeno era sostenuta da un sofisma che possedeva una certa coerenza. Quella di Raúl è una pura e semplice assurdità: vuole che un certo numero di cubani produca da capitalista, ma all’interno di un sistema” ” essenzialmente comunista, abbandonando, di fatto, il patto sociale tra lo Stato e gli individui preconizzato dalla retorica marxista, mentre rinuncia all’egualitarismo, accetta il sorgere della disuguaglianza e il consumismo nello stile di vita dei cubani.

Perché difendere un modello di stato comunista se la forma di governo si allontana completamente dai presupposti marxisti – leninisti? Il comunismo ha una logica interna: il Partito costruirà una società splendida, il paradiso del proletariato, dove i mezzi di produzione saranno collettivi e le persone, quando giungerà la fase superiore del comunismo, come profetizza Marx nella” Critica al Programma di Gotha, “(lavoreranno) ognuno secondo le sue capacità, (e riceveranno un salario) ognuno secondo le sue necessità”. Per arrivare a questo punto, naturalmente, bisogna attraversare la scomoda fase della “dittatura del proletariato”, per strappare dal cuore delle persone quei maledetti usi e costumi così” ” radicati dopo diversi secoli di feudalesimo e capitalismo.

Niente di tutto questo resta in piedi con le riforme di Raúl. Secondo il suo ragionamento, dopo aver rinunciato alla “sindrome del piccione”, molti cubani si occuperanno di guadagnarsi la vita secondo il loro talento, la fortuna e le risorse, al margine dello Stato, e otterranno i migliori risultati possibili, anche se il loro riscatto economico li allontanerà dal sistema generale di vita della nazione.

La domanda sorge spontanea e non si può tacere: se l’obiettivo non è più quello di edificare una società comunista che segua i postulati della dottrina politica, perché si conserva il modello di Stato del partito unico e la dittatura del proletariato previsti dal marxismo – leninismo come formula per costruire quel modello di convivenza?

Non credo che durante il Sesto Congresso del Partito Comunista Cubano nessuno formulerà certe scomode domande. Come fecero nel Quarto e nel Quinto,i delegati applaudiranno, ripeteranno slogan e appoggeranno senza protestare le decisioni di Raúl Castro, ma tra le persone che assisteranno ai lavori e all’interno della società cubana sarà a tutti chiaro che la rivoluzione comunista è miseramente fallita e che sarà impossibile tenerla a galla in maniera permanente dopo l’estinzione della generazione di chi, nel 1959, mise in moto il” ” processo.

I pochi comunisti ortodossi che restano a Cuba si sentiranno traditi da Raúl Castro, mentre la maggior parte del popolo penserà che il fratello di Fidel porta con sé il lato peggiore dei due mondi: un comunismo senza generosità clientelari e un capitalismo con le mani legate che non permette un reale sviluppo individuale e collettivo.” ” Non esiste un popolo latinoamericano più disperato e disilluso di quello cubano. Tutto ciò è molto triste.

Traduzione di Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

22 February 2011 ~ 6 Comentarios

SE HUNDE EL SOCIALISMO DEL SIGLO XXI

SE HUNDE EL SOCIALISMO DEL SIGLO XXI

Carlos Alberto Montaner

Arturo Valenzuela, Secretario de Estado adjunto de Estados Unidos para América Latina, acaba de declarar que declina la influencia de Venezuela en la región. Tiene razón. Se hunde, de manera evidente, el llamado Socialismo del Siglo XXI. Si hace cuatro o cinco años parecía que ésa sería la fuerza ideológica determinante en Hispanoamérica, comenzado el 2011 las señales que emite el Continente indican lo contrario. Los cinco países de esa cuerda política están en crisis.

Cuba, que es el cerebro del grupo y el faro ideológico, ha reconocido el fracaso de su sistema colectivista y trata de reemplazarlo por algo que llaman en la Isla el “modelo vietnamita”. Raúl Castro se propone mantener el control político y económico del país, pero autorizando la gradual creación de un tejido empresarial privado que mitigue los horrores del estatismo y aumente la raquítica productividad del país. Esa búsqueda de eficiencia incluye sincerar los precios y reconocer que el mercado es más competente que la planificación centralizada.”  Esta admisión de culpas y rectificación de rumbo deja al Socialismo del Siglo XXI sin referente ideológico. Chávez solía decir que Venezuela se desplazaba hacia el “mar de la felicidad” cubano. Cuando los pobres venezolanos lleguen a ese punto descubrirán que Cuba ya no está en el mismo sitio. Los cubanos navegan hacia el mar de la felicidad vietnamita.

Hugo Chávez ha perdido influencia en América Latina y, especialmente, en la propia Venezuela. Según Valenzuela, sólo el 30% de los latinoamericanos tienen una opinión favorable del chavismo. Es posible que, dentro del país, ocurra lo mismo, pese al control casi total de los medios de comunicación que Chávez posee. El pintoresco presidente, gran caotizador, se ha gastado en 12 años 950,000 millones de dólares –una cifra mayor que todos los ingresos del Estado a lo largo del siglo XX—, y lo que ha conseguido es poner en fuga a un millón de venezolanos laboriosos y educados, crear la sociedad más corrupta y peligrosa de América Latina, cerrar la mitad del parque empresarial y comenzar la haitianización de Caracas, mientras se crispan cada vez más las relaciones personales entre chavistas y antichavistas. En un país que era un modelo de cordialidad cívica entre adversarios, hoy se respira un profundo odio político que puede desembocar en un baño de sangre si alguna vez salta la chispa.

La popularidad de Evo Morales en Bolivia cayó estrepitosamente tras su fallido intento de subir el precio de la gasolina. El pueblo se lanzó a las calles y el gobierno se vio obligado a revocar el decreto. Como el mecanismo funcionó, se convirtió en una lección rápidamente aprendida por los bolivianos: ante cada medida de austeridad, comienzan las protestas. Puesto en esa situación, sin capacidad para ajustar la economía ni de poner fin a los subsidios, víctima de la demagogia populista a la que Morales era tan adicto cuando estaba en la oposición, el gobierno seguramente optará por imprimir moneda irresponsablemente para hacerle frente a las obligaciones del Estado. ¿Qué sucederá? Ocurrirá lo mismo que en el pasado: un proceso galopante de inflación que destruirá los fundamentos económicos del Estado Plurinacional de Bolivia, como hoy le llaman a ese desdichado país.

En Ecuador aumenta la resistencia frente a Rafael Correa ante su desmedido apetito de poder. Primero violó la constitución por la que fue electo y barrió el viejo parlamento para construir un Estado a su medida. Cuando lo logró, tras advertir que tampoco podía gobernar a su antojo, se ha dedicado a acosar a la prensa y a utilizar los tribunales para destruir a sus adversarios. Su aversión al capital nacional y foráneo ha creado el peor de los climas económicos posibles: el ahorro de los ecuatorianos se marcha al extranjero para ponerse a salvo de la corrupción y el mal gobierno, mientras los inversionistas internacionales no quieren oír hablar de Ecuador, especialmente tras el fallo de un tribunal contra Chevron, por el que multa con nueve mil quinientos millones de dólares a la compañía por unos supuestos daños ecológicos producidos en la selva entre 1972 y 1990, perjuicios que la compañía asegura que no han sido imparcialmente demostrados por peritos calificados, afirmando que se trata de una sentencia motivada por razones políticas.

Dejo para último a Nicaragua, el más pobre y atrasado de los países del Socialismo del Siglo XXI, cuyo gobierno sandinista, presidido por Daniel Ortega, sólo se sostiene por una razón: la incapacidad de los demócratas de la oposición para presentar un frente unido que le ponga fin. Bastaría con que los liberales tuvieran el patriotismo y el sentido común de presentar un candidato único a las próximas elecciones para sacar del poder a Daniel Ortega. Es una vergüenza que no lo hagan.

22 February 2011 ~ 0 Comentarios

Leftist influence in region waning

The Miami Herald
Posted on Mon, Feb. 21, 2011

Leftist influence in region waning

By CARLOS ALBERTO MONTANER
firmaspress@gmail.com

Arturo Valenzuela, assistant secretary of state for Latin America, has just declared that the influence of Venezuela in the region is declining. He’s right.The so-called 21st-Century socialism is clearly sinking. While four or five years ago it seemed that it would be the determining ideological force in Spanish-speaking America, the signals now coming from the continent indicate the contrary. The five countries riding that political wave are in crisis.

•” Cuba, the group’s brains and ideological lighthouse, has recognized the failure of its collectivist system and tries to replace it with something the island calls “the Vietnamese model.” Raúl Castro intends to maintain political and economic control of the country while authorizing the gradual creation of a private entrepreneurial fabric that will soothe the horrors of statism and boost the country’s feeble productivity.

That quest for efficiency includes justifying prices and acknowledging that the market is more competent than centralized planning. This admission of faults and correction of course leaves 21st-Century socialism without an ideological referent.

•” Venezuelan President Hugo Chávez used to say that Venezuela was moving toward the Cuban “sea of happiness.” When the poor Venezuelans get to that point, they’ll discover that Cuba is no longer in the same place. The Cubans are sailing toward the sea of Vietnamese happiness.

Chávez has lost influence in Latin America, especially in Venezuela itself. According to Valenzuela, only 30 percent of Latin Americans have a favorable opinion of” Chavism. It is possible that the same happens inside the country, despite Chávez’s almost total control of the media.

In 12 years, the colorful president, a great generator of chaos, has spent $950 billion – a figure larger than all of his country’s revenue in the 20th Century – only to spark the flight of one million hard-working and educated Venezuelans, create the most corrupt and dangerous society in Latin America, shut down half of the entrepreneurial sector and begin the Haiti-ization of Caracas, while the personal relations between” Chavistas” and anti-” Chavistasbecome tenser and tenser.

In a country that used to be a model of civic cordiality among adversaries, today one breathes a thick political hatred that could culminate in a blood bath if the spark is ever struck.

•” Evo Morales’ popularity in Bolivia crashed loudly after his failed attempt to increase the price of gasoline. The people took to the streets, and the government was forced to retract the decree. Because the mechanism worked, it became a lesson learned quickly by the Bolivians – each and every austerity measure will be met with protests.

Placed in that position, without the ability to fine-tune the economy or put an end to the subsidies, challenged by the populist demagogy to which Morales was so addicted when he himself was in the opposition, the government will undoubtedly choose to print more currency – an irresponsible option – to deal with its obligations.

What will happen? The same as in the past: a rampant inflation that will destroy the economic foundations of the Plurinational State of Bolivia, as that ill-starred country now calls itself.

•” Resistance to Rafael Correa is rising in Ecuador, in a reaction to his unbounded appetite for power. First, he violated the constitution under which he was elected and swept clean the old Parliament to build a state to his liking. After that, and after realizing that he couldn’t govern as he pleased anyway, he took to harassing the press and using the courts to destroy his adversaries.

His aversion to national and foreign capital has created the worst possible economic climate. The Ecuadoreans’ savings flee abroad to escape the corruption and misgovernment.

Meanwhile, international investors don’t want to hear the word Ecuador, especially after the court ruling against Chevron, fining the company $9.5 billion for alleged ecological damage to the jungle between 1972 and 1990, damage that the company insists was not impartially demonstrated by qualified experts. Chevron calls it a sentence motivated by political reasons.

•” Last comes Nicaragua, the poorest and most backward of the 21st-Century-socialism countries, whose Sandinista government, presided over by Daniel Ortega, remains upright for only one reason: the inability of the opposition democrats to present a united front that will put an end to the status quo.

It would be enough for the liberals to have the patriotism and common sense to present a single candidate to the next elections to knock Ortega from power. It’s a shame that they’re not doing it.

(c) 2011, Firmas Press

21 February 2011 ~ 0 Comentarios

Carlos Alberto Montaner: El hígado de Alfredo Triff

14 February 2011 ~ 1 Comentario

LA OTRA CARA DE LA FRUSTRACIÓN

Muchos egipcios quieren democracia. No sabemos cuántos ni a qué aluden cuando piden democracia, pero presumimos que se refieren, aunque sea vagamente, a elecciones y prensa libre, parlamento plural, multipartidismo y separación de poderes. Esos son los atributos clásicos y básicos de la democracia liberal. Muchos egipcios están cansados del gobierno monocolor instalado en El Cairo desde que el coronel Nasser dio un golpe militar en 1954.

¿Por qué quieren los egipcios democracia y libertades? Algunos, probablemente no demasiados, porque desean tomar sus propias decisiones. Les gusta construir sus vidas con actos voluntariamente escogidos. Pero otro porcentaje, seguramente mayoritario, está inconforme con los resultados materiales del mundo en el que viven. Son gentes hartas de la miseria, la pobreza y la falta de oportunidades.

En Egipto, cuando hay trabajo, está muy mal remunerado. El sistema público de salud y el de educación son pésimos. Muchas personas pasan hambre. La verdadera función de la policía no es proteger a los ciudadanos, sino extorsionarlos o amedrentarlos. El poder judicial es la cueva de Alí Babá, al servicio de los poderosos. El Estado es un desastre patrullado por incompetentes y ladrones. Así, dicen, no se puede seguir viviendo.

“La libertad, Sancho, es uno de los más preciosos dones que a los hombres dieron los cielos”, escribió Cervantes, probablemente cuando la había perdido y estaba preso. El problema es que la democracia y el disfrute de las libertades, aunque son bienes apreciables en sí mismos, no necesariamente resuelven el problema de la improductividad, la pobreza y la falta de oportunidades en países del Tercer Mundo. (Si los egipcios quieren ver países democráticos y pobres, pesimamente gobernados, pueden darse una vuelta por media América Latina).

Por la otra punta del ejemplo, en una nación como Singapur, en la que la democracia es una broma, y en la que la falta de libertades es casi total, sin embargo, la sociedad parece estar conforme con su gobierno, porque hay oportunidades económicas, la prosperidad general es notabilísima, las instituciones públicas son eficientes y los funcionarios se comportan honradamente.

En menos de medio siglo, el pequeño país, que comenzó siendo un desastre sin esperanzas, ha pasado a ser uno de los más ricos, cultos, sanos, desarrollados y modernos del planeta. No hay libertad, lamentablemente, pero sí la certeza de que el esfuerzo individual legítimo genera resultados materiales positivos.

En Egipto tienen lo peor de ambos mundos. No hay libertades ni esperanzas de mejorar. La “revolución egipcia” fue un engendro político que surgió en 1954 dentro de las coordenadas ideológicas del nacionalismo autoritario, panarabista, militarista y colectivista, aunque afortunadamente secular.

Desde su inicio, el” nasserismo, como entonces lo llamaron, fue muy ineficiente y corrupto, pero tenía un eficaz discurso populista, originalmente prosoviético y antiisraelí, que con el tiempo y las derrotas militares, en época de Sadat, y más acentuadamente con Mubarak, evolucionó hasta convertirse en una dictablanda pronorteamericana, anticomunista,” ” prudentemente en paz con Israel, cuyo gran aparato productivo estaba en manos de quienes detentaban el poder político, los cortesanos a su servicio y los jefes militares que custodiaban el negocio y se quedaban con parte de la renta.

Estamos, pues, ante algo más que un régimen desgastado. Estamos ante una perversa cultura política, ante una forma de conducir los asuntos públicos y privados, ante una injusta manera de dotar a la sociedad de estabilidad, muy extendida en el mundo árabe, basada en la colusión entre la élite política, la económica y los militares que controlan las armas y (por ahora) tienen el monopolio de la violencia.

Es un clásico ejemplo de lo que el Premio Nobel de Economía Douglass North llama “sociedades de acceso limitado”. En ellas no existe la meritocracia, no se alcanzan la cúpula y el éxito por medio del talento y el trabajo, ni se llega a la riqueza por el esfuerzo, el mercado y la subordinación a reglas justas. Nada de eso: el triunfo se logra trenzando una sinuosa cadena de relaciones personales y compaginando incesantemente intereses complementarios en detrimento de los sectores más débiles y peor relacionados.

Los egipcios, si finalmente alcanzan la democracia, lo que está por verse, comprobarán cuán difícil es crear una sociedad justa y próspera. Es probable que pronto descubran una nueva cara de la frustración.

14 February 2011 ~ 0 Comentarios

LA CUBA DE RAÚL CASTRO: LO PEOR DE AMBOS MUNDOS

Carlos Alberto Montaner

Publicado en Letras Libres

México y España

Enero de 2011

Raúl Castro ha convocado al Sexto Congreso del Partido Comunista cubano. Ya se siente firmemente en control para manejarlo a sus anchas. En Cuba no hay más poder que el suyo y, por delegación, el de la media docena de generales con los que controla la autoridad, toda la autoridad, auxiliado por su hijo Alejandro Castro Espín, un coronel de los servicios de inteligencia formado en la desaparecida Unión Soviética y presunto heredero de esta dinastía de militares.

¿Y Fidel? Fidel sólo conserva un rol simbólico y se entretiene jugando al gran estadista internacional, preocupado por el estallido de una guerra nuclear desatada por Estados Unidos e Israel contra Irán, o por el asesinato inminente de algún amiguete del socialismo del siglo XXI perpetrado por la CIA. Convertido en una especie de Casandra caribeña, profetiza todas las catástrofes. Nadie le hace caso, ” pero se preocupa tiernamente por el bienestar de sus hijos revolucionarios. Raúl, mientras tanto, simula que lo obedece y, obsequiosamente, repite como un mantra que sus iniciativas, en realidad, son todas de Fidel, algo que, sin duda, es falso.

Eso fue verdad en el pasado, pero ya no es así. Es una tragedia que les suele ocurrir a los ancianos cuando se deterioran ostensiblemente. Los que ayer se le subordinaban solícitos, dejan de hacerles caso. Periódicamente, sin embargo, Fidel suele reunirse con Hugo Chávez para aleccionarlo sobre técnicas de supervivencia política y para planear la conquista del planeta, como si fueran dos siniestros personajes escapados de un comic de Batman. Chávez, al contrario de Raúl, mantiene su deslumbrada admiración por el Comandante y se considera su hijo putativo y su heredero moral.

En todo caso, el Sexto Congreso se reunirá en la segunda quincena de abril del 2011. Su función será legitimar la voluntad de Raúl. Ya era hora. El Quinto se celebró hace 13 años, en 1997. El Cuarto transcurrió en 1991. De acuerdo con el reglamento del Partido, esos congresos generales deben realizarse cada cinco años, pero los hermanos Castro los reúnen cuando les parece útil. ¿Qué va a suceder en el próximo? Es importante describir lo que ocurrió en los dos congresos previos para poder predecir qué sucederá en el siguiente. Al fin y al cabo, los actores y el guión son casi los mismos.

Los congresos previos

El congreso de 1991 coincidió con la debacle del marxismo-leninismo. Fue una ceremonia ritual contra la perestroika dedicada a ajustar el régimen cubano a la nueva realidad. En 1989 los alemanes habían derribado el muro de Berlín, mientras se resquebrajaba todo el mundo comunista surgido tras la Segunda Guerra Mundial. En ese congreso, celebrado hace dos décadas, Fidel Castro, tras declarar lo que desde entonces se llama “periodo especial”, enfrentado al callado criterio de la clase dirigente y de casi todo el país, ratificó su adhesión al comunismo ortodoxo y aseguró que Cuba “se hundiría en el mar” antes que abandonar esta ideología. Con la fiereza que lo caracteriza, al final del Congreso dio los gritos rituales en favor del marxismo-leninismo, de la patria y de la muerte.

No obstante, el fin del subsidio soviético, entonces calculado en unos 5 000 millones de dólares anuales, obligaba al gobierno a hacer ciertas concesiones ante la crisis que atravesaba la Isla: el colectivismo había demostrado ser desastroso y el nivel productivo del país era tremendamente bajo. ¿Qué se podía hacer? Decidieron aceptar ciertas inversiones capitalistas foráneas, pero en sociedad con el gobierno cubano. Si algún inversionista extranjero quería beneficiarse de la mano de obra cubana o de ese mercado cautivo, tendría que asociarse al estado comunista para explotarlos conjuntamente. Con el objeto de premiar a sus partidarios más leales, y por su habitual paranoia política, el gobierno colocó como sus representantes en estas empresas mixtas a numerosos militares jubilados de los servicios de inteligencia.

En esa oportunidad, Fidel Castro aseguró que bajo su dirección la sociedad cubana no tardaría en recuperar los índices de consumo que le permitían sus privilegiadas relaciones con la Unión Soviética. Como entonces se acentuaba la falta de comida hasta el punto del hambre y la desnutrición, lo que provocó que unas 60.000 personas contrajeran neuritis óptica o neuritis periférica, y muchas quedaran ciegas, el Comandante se puso personalmente al frente de un llamado “plan alimentario” que supuestamente solucionaría el gravísimo problema de la comida en apenas dos años. Entonces aseguraban que en un quinquenio Cuba habría superado la crisis y el país quedaba como reserva ideológica comunista para cuando el planeta recobrara el camino del socialismo. Fue entonces cuando la oposición describió el experimento como la creación de “un parque jurásico del marxismo-leninismo”.

Por lo demás, las líneas maestras del plan de desarrollo pasaban por potenciar la industria azucarera, explotar intensamente el níquel, crear una gran infraestructura hotelera para recibir millones de turistas (a lo que se habían opuesto durante décadas para evitar la contaminación moral), y exportar masivamente productos de alta tecnología médica creados en los laboratorios del Estado. Al mismo tiempo, fomentarían el envío de remesas desde el exterior, para lo cual despenalizaron la tenencia de dólares y facilitaron las visitas de los emigrantes que hasta ese momento habían sido considerados traidores.

Fue el parto de los montes. La industria azucarera cayó en picado, las exportaciones de níquel, concesionadas a una empresa canadiense, dependían del oscilante precio de ese mineral y no generaban los ingresos esperados, las ventas de productos biotecnológicos fueron decepcionantes, y el turismo, aunque creció gradualmente, no le dejaba grandes ganancias al país porque casi todos los insumos debían adquirirlos en el exterior con moneda dura. A veces, tenían que importar azúcar, bananos y otras frutas de República Dominicana, dado que la agricultura cubana ni siquiera podía servir esos productos tradicionales.

Simultáneamente, la falta de mantenimiento, los huracanes frecuentes y la incuria de unos funcionarios a los que parecía no importarles el deterioro creciente de las ciudades y el campo, iban demoliendo paulatinamente el paisaje nacional al extremo de que los viajeros solían hablar de “un país bombardeado en el que no había ocurrido ninguna guerra”. Un ensayista y narrador cubano, Antonio José Ponte, escribió un magnífico texto llamado Un arte de hacer ruinas que luego sirvió de idea central de un laureado documental sobre la destrucción progresiva del país.

En 1997, cuando se celebró el Quinto Congreso, ya era evidente que la fórmula castrista para sostener el marxismo-leninismo no había dado resultados materiales. Seis años después del fin del subsidio soviético y de las nuevas directrices económicas, Cuba seguía empantanada en la miseria, aunque logró detener la caída de la ínfima calidad de vida que experimentaba la sociedad. Así que, poco antes de que se celebrase la reunión, el gobierno les pidió a los militantes que expresaran sus quejas, en lo que parecía ser un ejercicio del “centralismo democrático de abajo hacia arriba” que supuestamente norma las relaciones dentro del Partido. Decenas de miles de militantes se atrevieron a dar sus opiniones, descalificando el capitalismo estado, y pidiendo libertades para crear empresas o para salir y entrar del país sin necesidad de una autorización del gobierno. Si los extranjeros podían tener empresas en la Isla, aunque estuvieran asociados al gobierno, ¿por qué ellos no podían hacer lo mismo?

Todo fue inútil. El Quinto Congreso del partido reiteró la línea ortodoxa, Fidel Castro insistió en que el país no se apartaría un milímetro del marxismo-leninismo, separó del poder a los militantes que habían exhibido tendencias reformistas con demasiada vehemencia, y vaticinó el próximo fin de las sociedades capitalistas como consecuencia de sus contradicciones internas. Ni siquiera se tomó el trabajo de explicar por qué había fracasado el plan alimentario, por qué se estaba hundiendo la industria azucarera, y, en definitiva, que había pasado con aquellas promesas de recuperación económica forjadas en 1991. La sociedad cubana en su conjunto, y miles de militantes comunistas en particular, se sintieron decepcionados y, en muchos casos, traicionados. Escapar del país de cualquier forma se convirtió en el objetivo principal de millones de jóvenes.

En el verano del 2006, Fidel Castro enfermó severamente y le entregó el poder con carácter provisional a su hermano Raúl, heredero designado desde 1959, Segundo Secretario del Partido y eterno Ministro de Defensa. Dos años más tarde, tras una zizagueante agonía que lo colocó varias veces al borde de la muerte, Fidel aceptó que no podía retornar al poder y renunció a la presidencia, mas, supuestamente, mantendría una gran influencia en las grandes decisiones estratégicas del país.

Aparentemente, Raúl se ocuparía de administrar la dictadura, pero la definición ideológica seguiría siendo la que Fidel concibiera, algo que casi enseguida comenzó a desmentirse con la discreta persecución de algunos connotados fidelistas. Tres de los más importantes funcionarios del gobierno –Carlos Lage, Segundo Vicepresidente del Consejo de Estado, Felipe Pérez Roque, Ministro de Relaciones Exteriores, y Fernando Remírez de Estenoz, su Viceministro, los dos primeros del entorno de íntimo de Fidel—fueron separados de sus cargos y humillados. A los tres, como trascendió públicamente, se les imputaban actitudes reformistas contrarias a las directrices del gobierno y comportamientos corruptos. En realidad, Raúl Castro quería manejar todos los hilos del poder con sus hombres de confianza: un puñado de militares de alta graduación que lo acompañaban desde hacía décadas. Los fidelistas eran un obstáculo para sus planes.

El Congreso que viene

Y llegamos a la víspera del Sexto Congreso. ¿Qué va a pasar? Probablemente, nada significativo, pese a la alharaca desatada. Los mismos líderes con las mismas ideas producen siempre los mismos o parecidos resultados. Ya el gobierno ha hecho circular un documento de 32 páginas en el que describe los nuevos planes económicos, y en el que deja muy claramente fijada su posición con relación al modelo comunista: la esencia del sistema seguirán siendo el colectivismo, la propiedad estatal de los medios de producción, y la planificación centralizada por parte de los burócratas del Partido. Explícitamente, ratifican la vieja estrategia enemiga de las libertades económicas. Ni siquiera se dignan mencionar las civiles y políticas.

Se permitirá, eso sí, el trabajo por cuenta propia, siempre que se ajuste a las 178 modalidades en las que tal cosa es posible: alquilar vestidos de novia, actuar como payaso de fiestas infantiles, reparar ruedas de autos, forrar botones y un largo y extraño etcétera. También se podrá montar ciertas microempresas familiares o con pocos trabajadores contratados, dado que el objetivo no es que crezcan y obtengan beneficios, sino que absorban la mano de obra desempleada que el gobierno planea echar próximamente de sus puestos de trabajo.

En los próximos meses, 500 000 trabajadores serán despedidos, pero en menos de tres años Raúl Castro planea aumentar ese número a 1 300 000, el 25% de la fuerza laboral. El general y sus corifeos alegan que las plantillas están sobredimensionadas con empleados innecesarios que obstaculizan la labor de las empresas, mientras la sociedad padece el “síndrome del pichón” y espera del papá-estado la solución de todos sus problemas, una acusación sorprendente tras medio siglo de implacable persecución a cualquier iniciativa individual. En definitiva, quiere que la economía sea productiva liberándola del peso muerto de estos obreros prescindibles.

Naturalmente, la idea de que en una sociedad aplastada por medio siglo de colectivismo, sin capital, sin insumos, sin experiencia, mediante un decreto presidencial, se puede crear súbitamente una franja importante de trabajadores por cuenta propia o adscritos a microempresas –todos sujetos a una severa presión fiscal y a limitaciones en el crecimiento para que no acumulen excedentes–, no tiene pies ni cabeza, pero forma parte de las nuevas fantasías revolucionarias de un señor que tiene una idea muy vaga sobre cómo se crea la riqueza, cómo se malgasta o cómo se conserva.

¿Qué se propone, en definitiva, Raúl Castro? El general-presidente tiene dos objetivos fundamentales que están íntimamente ligados entre sí. El primero, es asegurar la sucesión dentro del sistema y con su propia gente. Es falsa la idea de que a los Castro no les interesa el futuro de Cuba una vez que ellos hayan muerto. Los Castro tienen un claro sentido de la historia personal y del país. Han concebido una fantástica narración en la que vinculan la guerra de independencia de fines del siglo XIX con la aventura de la Sierra Maestra. Fidel se percibe como el único heredero de Martí y Raúl se ve como el único heredero de Fidel. Quieren el gobierno revolucionario perdure. Pretenden que la generación de los hijos de los dirigentes recoja el bastón de mando y continúe la obra revolucionaria.

Pero, para lograr ese objetivo Raúl cree que el gobierno tiene que lograr que la sociedad cubana sea más productiva y competitiva. Raúl no ignora que la situación económica del país es terrible, circunstancia que ha producido un absoluto distanciamiento entre la inmensa mayoría de la isla, la cúpula dirigente y la mitología revolucionaria. En su primer discurso como jefe del estado, se preguntó enojado por qué la leche era tan poca que los niños cubanos sólo podían tomarla hasta los siete años. Pero esa pregunta podía extenderla a los otros aspectos básicos de la convivencia civilizada en un país moderno: por qué son tan escasas y de tan baja calidad la alimentación, el agua potable, la ropa y el calzado, la vivienda, el transporte, el suministro de electricidad y las comunicaciones. Raúl teme, y con razón, que muertos Fidel y él, nadie podrá evitar que quienes les sucedan en el poder, por las buenas o por las malas, echen abajo “la obra revolucionaria” como consecuencia de la miseria generalizada que padece la población.

¿Cómo se soluciona o alivia el inmenso inconveniente del fracaso material del país? Es obvio: con un sistema económico más productivo. Hasta Raúl Castro, tras medio siglo de absurdas chácharas revolucionarias, entiende que las sociedades desarrolladas y prósperas, dotadas de un buen nivel de vida, han alcanzado ese perfil como consecuencia de su aparato productivo. Viven mejor porque producen más y porque lo hacen a precios competitivos. El problema, pues, desde la perspectiva de Raúl y sus camaradas íntimos, consiste en hacer más eficiente el sistema comunista de manera que la sociedad cubana admita de buen grado la sucesión dentro de la revolución cuando haya desaparecido totalmente la generación de los padres fundadores.

El fracaso de la reforma

Pero eso es pedirle peras al olmo. El comunismo es improductivo por su propia naturaleza. La planificación centralizada, la propiedad estatal de los medios de producción, el control de los precios y la ausencia de libertades individuales para crear y acumular riqueza, inevitablemente conducen a la improductividad y la pobreza.

Además, el pacto social entre los gobiernos comunistas y las sociedades no está basado en la promesa de una gestión pública eficaz y resultados materiales apreciables (esas son categorías del mundo capitalista), sino en una distribución igualitaria de los poquísimo bienes y servicios que se producen y en la condena y escarnio del que descuelle y posea mejores formas de vida. Sin duda es lamentable, pero el comunismo real es eso.

Cuando Fidel gobernaba, el país vivía miserablemente, mas la defensa retórica de su gestión administrativa contaba con tres ejes: todo el mundo tenía un trabajo, acceso a la educación y a los servicios de salud. A Fidel no le importaba que las empresas perdieran dinero y la producción y la productividad fueran mínimas, sino que todos los cubanos tuvieran un puesto de trabajo y recibieran un salario, aunque fuera casi simbólico. Tampoco le importaba que el sistema de salud se hundiera en hospitales sin anestesia o sin hilos de sutura, o que el educativo careciera de buenos maestros y útiles escolares. Los servicios podían ser pésimos, pero estaban ahí y él se ufanaba de esa presencia constantemente. La legitimidad de la dictadura dependía de ese discurso, convertido en un incesante instrumento propagandístico.

Por otra parte, en vista de que el tejido productivo era irremediablemente raquítico, había dos maneras de justificar esa forma abominable de vivir: el embargo económico de Estados Unidos y, paradójicamente, las bondades de la austeridad revolucionaria. ¿Para qué quería más bienes materiales un buen revolucionario? El consumismo dejaba de ser una aspiración legítima de los trabajadores y se convertía en un pecado propio de la pervertida codicia capitalista instigado por el imperialismo, las multinacionales y otros monstruos de parecido pelaje. Los consumidores, o quienes aspiraban a serlo, eran calificados como amantes de la pacotilla (“pacotilleros”) ” atontados por el capitalismo corruptor.

La propuesta de Fidel era cruel, pero al menos se sustentaba sobre un sofisma poseedor de una cierta coherencia. La de Raúl es un puro absurdo: quiere que una parte sustancial de los cubanos produzcan como capitalistas, dentro de un sistema esencialmente comunista, abandonando, de hecho, el pacto social entre el estado y los individuos preconizado por la retórica marxista, mientras renuncia al igualitarismo y acepta el surgimiento de la desigualdad y el consumismo en la manera de vivir de los cubanos.

¿Para qué y por qué defender un modelo de estado comunista si la forma de gobernar se aleja totalmente de los supuestos marxistas-leninistas? El comunismo tiene una lógica interna: el Partido va a construir una espléndida sociedad, el paraíso del proletariado, en la que los medios de producción serán colectivos y las personas, cuando se logre, cuando se llegue a la fase superior del comunismo, como profetiza Marx en la Critica al Programa de Gotha, “(trabajarán) cada cual, según sus capacidades, (y recibirán) cada cual según sus necesidades”. Para llegar a ese punto, naturalmente, hay que atravesar la incómoda fase de la “dictadura del proletariado”, hasta arrancar del corazón de las personas los malditos hábitos y costumbres arraigados en ellas tras varios siglos de feudalismo y capitalismo.

Nada de eso queda en pie con las reformas de Raúl. Según su razonamiento, tras renunciar al “síndrome del pichón”, muchos cubanos se ocuparán de ganarse la vida según su talento, suerte y recursos, al margen del estado, y obtendrán por ello los mejores resultados que puedan, aunque su desempeño económico los alejen del modo de vida general de la nación.

La pregunta obligada que se desprende de todo esto es inocultable: si ya los objetivos no son edificar una sociedad comunista de acuerdo con los postulados de la secta, ¿para qué se conserva el modelo de estado de partido único y dictadura del proletariado prescritos por el marxismo-leninismo como fórmula de construir ese modelo de convivencia?

No creo que en el Sexto Congreso del Partido Comunista Cubano nadie formule esas incómodas preguntas. Como hicieron en el Cuarto y en el Quinto, los delegados aplaudirán, repetirán consignas y respaldarán sin chistar lo que Raúl Castro decida que se debe aprobar, pero entre los asistentes y entre la sociedad cubana quedará muy claro que la revolución comunista fracasó totalmente y que será imposible mantenerla a flote de manera permanente tras la extinción de la generación de quienes la pusieron en marcha en 1959.

Con razón, los pocos comunistas ortodoxos que quedan en Cuba se sentirán traicionados por Raúl Castro, mientras la inmensa mayoría del pueblo pensará, también con razón, que el hermano de Fidel les ha venido a traer lo peor de ambos mundos: un comunismo sin dádivas clientelistas y un capitalismo maniatado que no permite, realmente, el desarrollo individual y colectivo. No hay un pueblo latinoamericano más desesperanzado y con menos ilusiones que el cubano. Eso es triste.

14 February 2011 ~ 0 Comentarios

The other face of frustration

By Carlos Alberto Montaner

Many Egyptians want democracy. We don’t know how many, or to what they allude when they ask for democracy, but we assume that they refer – albeit vaguely – to free elections and a free press, a plural parliament, a multiparty system and the separation of powers. Those are the classic and basic attributes of a liberal democracy. Many Egyptians are tired of the monochrome government installed in Cairo since the days Col. Nasser staged a military coup in 1954.

Why do the Egyptians want democracy and freedoms? Some, probably not many, because they want to make their own decisions. They like to build their lives with acts they choose voluntarily. But another percentage, most likely in the majority, is dissatisfied with the material results of the world in which they live. They are tired of misery, poverty and the lack of opportunities.

In Egypt, when there is work, it is very poorly remunerated. The public systems of health and education are awful. Many people go hungry. The true function of the police is not to protect the citizens but to extort or intimidate them. The judiciary is Ali Baba’s cave in the service of the all-powerful. The State is a disaster patrolled by incompetent functionaries and thieves. That is no way to live, people say.

“Freedom, Sancho, is one of the most precious gifts given to man by the heavens,” Cervantes wrote, probably when he had lost his freedom and was in prison. The problem is that democracy and the enjoyment of freedoms, though appreciable bounties, not necessarily solve the problems of lack of productivity, poverty and lack of opportunities in Third-World countries. (If the Egyptians want to see countries that are democratic yet poor and abysmally governed, they should tour half of Latin America.)

At the other end of the example, in a nation like Singapore, where democracy is a joke and the lack of freedoms is almost total, society nevertheless seems to be satisfied with its government, because there are economic opportunities, the general prosperity is remarkable, the public institutions are efficient, and the officials behave honestly.

In less than half a century, that small country, which began as a hopeless disaster, has become one of the wealthiest, best educated, healthiest, most developed and modern countries in the world. Lamentably, there is no freedom but there is the certainty that legitimate individual effort generates positive material results.

In Egypt, they have the worst of both worlds. There are neither freedoms nor any hopes to improve. The “Egyptian revolution” was a political creature spawned in 1954 within the ideological coordinates of an authoritarian, pan-Arabist, militaristic and collectivistic nationalism – fortunately a secular one.

From its beginning, Nasserism (as it was then called) was very inefficient and corrupt. But it had an effective populist discourse, originally pro-Soviet and anti-Israeli, that – with time and the military defeats in Sadat’s rule and most markedly in Mubarak’s – evolved into a pro-American, anti-communist, “soft” dictatorship, prudently at peace with Israel. Its large productive apparatus was in the hands of those who held political power, the courtiers at their service, and the military chiefs who guarded the store and kept part of the income.

We are looking, therefore, at something more than a worn-out regime. We’re looking at a perverse political culture, at a way to conduct public and private affairs, at an unfair way to give stability to society (a widespread method in the Arab world) based on the collusion among the political and economic elites and the military officers who control the weapons and, for now, have a monopoly on violence.

Egypt is a classic example of what Douglass North, the Nobel laureate in economics, calls “limited-access societies.” In them, there is no meritocracy, people don’t rise to the top through talent and work or gain wealth through their efforts, the market and adherence to fair rules. None of that. Triumph is achieved by braiding a sinuous chain of personal relations and ceaselessly paginating complementary interests, to the detriment of the weakest and worst-related sectors.

If Egyptians ever attain democracy (something that remains to be seen), they will find out how difficult it is to create a just and prosperous society. It is likely that they’ll soon discover a new face of frustration.

07 February 2011 ~ 0 Comentarios

La solución está en otra parte

Por Carlos Alberto Montaner
(FIRMAS PRESS) Casi nadie tiene duda en Estados Unidos sobre la naturaleza de la crisis financiera del sistema. Sin subir drásticamente los impuestos no hay forma de hacerle frente, simultáneamente, a los gastos del sistema público de salud (Medicare), a las obligaciones del fondo de jubilaciones (Social Security) y a la factura astronómica del Ministerio de Defensa. ” Por otra parte, es obvio que un aumento sustancial de los impuestos reducirá la capacidad productiva del país, creará más burocracia y dispendio y acabará generando un problema ” mayor que el que se pretendía solucionar. (more…)