07 August 2012 ~ 0 Comentarios

Un cubano a Roma “«La moglie del colonnello”», un dramma dall’Avana ai vicoli della Città Eterna

di Tiberia de Matteis

Montaner

(IL TEMPO) Cosa può accadere a un’adultera a Cuba? Si scoprono inquietanti intromissioni governative nella vita privata dei cittadini nell’intrigante e a appassionato romanzo “«La moglie del colonnello”» di Carlos Alberto Montaner, giornalista nato a L’Avana nel 1943 che vive in esilio fra Madrid e Miami ed è analista della Cnn spagnola, nonché collaboratore di numerose testate latinoamericane e del quotidiano “«La Repubblica”».

Lo scrittore è a Roma per questo libro, EdizioniAnordest, il primo dei 25 che ha scritto pubblicato in Italia. Lontano da ogni iconografia del cubano, Montaner è un signore garbato e distinto, con sguardo penetrante e sorriso tenero: ha scelto di alloggiare all’Hotel Mecenate, davanti a Santa Maria Maggiore, perché è in questo albergo romano che ha ambientato la trasgressione erotica della sua protagonista.

Quando ha lasciato Cuba?

“«La Rivoluzione era iniziata come un processo democratico, ma dopo pochi mesi si è capito che Fidel Castro stava per costituire uno Stato comunista. Mio padre era un suo amico, ma appena si è reso conto della situazione, ha lasciato Cuba. Insieme ad altri studenti partecipavo a manifestazioni contro il regime. Venni arrestato con l’accusa di attentati terroristici e riuscii a evadere tagliando le barre delle finestre del carcere. Rimasi presso un’ambasciata latino-americana finché non ebbi un salvacondotto per raggiungere gli Usa”».

Perché Castro ha scelto il comunismo?

“«Era convinto che fosse l’idea migliore per garantire lo sviluppo. Ha trovato in questa formula una struttura codificata adatta per governare e raggiungere i suoi scopi. Se avesse preso il potere alcuni anni prima avrebbe optato per il fascismo con le medesime intenzioni”».

Quali erano gli aspetti insopportabili del regime?

“«La mancanza di libertà. L’obbligo di leggere quello che vuole il Governo, di pensare quello che dice, di fare solo quello che decide. Ho messo in rilievo in questo mio romanzo come lo Stato pretendesse di verificare, controllare e modificare anche i sentimenti più privati e intimi delle persone”».

Oggi c’è stato qualche cambiamento?

“«L’opposizione ora è pacifica e sembra evolvere verso la democrazia. Speriamo che la trasformazione sia più veloce possibile: troppe generazioni hanno perso la loro vita in questo sistema”».

È curioso di tornare a Cuba?

“«Sì, ma devo dire che dopo cinquant’anni anche la nostalgia che provavo è sparita”».

Ha ambientato una vicenda determinante del suo libro a Roma. Che rapporto ha con questa città?

“«Ci sono venuto tre volte, questa è la quarta. Amo molto la sua storia, i monumenti, gli edifici, le piazze, i luoghi e le persone. Avevo un amico italiano, il giornalista Valerio Riva, e con lui ho capito quanto mi piacessero gli italiani, così brillanti e vicini a noi latinoamericani nel modo di vivere. Roma e l’Italia sono le radici dell’Occidente”».

Era già stato all’Hotel Mecenate in cui i suoi protagonisti vivono una breve e intensa avventura sessuale?

“«No. L’ho rintracciato su Internet perché era confortevole, ma non troppo costoso. Venendoci adesso ho riscontrato che corrisponde bene alla mia idea e alle descrizioni messe nel libro”».

Quanto conta l’erotismo per lei?

“«Ãˆ assolutamente importante sotto tutti i punti di vista nella vita di ognuno o comunque dovrebbe esserlo. I personaggi femminili sono i più interessanti. In realtà ho conosciuto mia moglie quando eravamo adolescenti. Il nostro primo incontro è avvenuto perché l’ho protetta, insieme al suo fratellino, da un pericolo di vita. Abbiamo condiviso tutto da allora: siamo fuori da ogni statistica”».

Quali sono i suoi scrittori preferiti?

“«Il libro che avrei voluto scrivere è "L’amore ai tempi del colera" di Marquez. Amo pure Vargas Llosa, Borges e Philip Roth. L’unico italiano che ho letto è Moravia”».

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